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Domenica, 22 Aprile 2012 13:36

La filosofia anti-angling nelle società urbanizzate

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E’ stato pubblicato sulla rivista scientifica Fisheries, disponibile on line dal 3 aprile 2012,  un articolo che illustra i principali orientamenti anti angling e le conseguenze che hanno sulla pesca ricreativa nelle società urbanizzate.

Il rischio di atteggiamenti ostili alle pratiche di pesca non commerciale e non di stretta sussistenza è quello di veder negati per legge, invece che regolamentati per il bene sia degli individui che della comunità, diritti e rapporti naturali.

E’ utile per i pescatori conoscere ed avere consapevolezza delle posizioni a loro avverse.

Per questo riportiamo un breve riassunto dell’articolo, che non può in alcun modo considerarsi esaustivo, consigliamo quindi di fare riferimento al testo originale.

Robert Arlinghaus, Alexander Schwab, Carsten Riepe & Tara Teel (2012): A Primer on Anti-Angling - Philosophy and Its Relevance for Recreational Fisheries in Urbanized Societies, Fisheries, 37:4, 153-164

Leggi l'articolo pubblicato sulla rivista

In alcuni paesi industrializzati la pesca ricreativa sta subendo diverse pressioni.  Per comprenderne il significato e le possibili ramificazioni l’articolo illustra brevemente le 3 principali ‘correnti filosofiche’ che trattano le interazioni uomo-animale e che stanno alla base di un sentimento di avversione verso la pesca ricreativa, queste possono identificarsi in ‘animal welfare’ , ‘animal liberation’ ed ‘animal rights’.

La corrente definita ‘animal welfare’ può in un certo modo conciliarsi con la pesca ricreativa nella misura in cui quest’ultima utilizza un approccio il più possibile ‘fish friendly’ (sia nelle fasi di cattura che nella manipolazione del pesce per il rilascio o nel garantire una morte rapida al pesce quando lo si trattiene per cibarsene), mentre al contrario ‘animal liberation’ ed ‘animal rights’ si pongono in forte contrasto con la pesca ricreativa e tendono a rigettarla completamente.

I due principali assunti contro la pesca ricreativa sono:

1 – La cattura del pesce non è una necessità di sopravvivenza nel mondo industrializzato

Si può obiettare sulla base della necessità, perché la necessità è principalmente legata al valore di una azione, per cui una risposta a tale assunto è al di fuori dell’ambito di studio delle scienze naturali

2 – L’angler causa dolore e sofferenza al pesce inteso come soggetto senziente

Questo tema rientra invece nell’ambito di indagine scientifica. Recentemente studi di alto profilo hanno suggerito che la ‘nocicezione’ (ricezione,  trasmissione ed elaborazione a livello centrale di uno stimolo nocivo)accoppiata  ad un livello avanzato di coscienza e quindi di percezione del dolore e della capacità di soffrire può essere un concetto applicabile in modo plausibile ai  pesci. Questo tipo di ricerca scientifica fornisce strumenti utili ai gruppi che promuovono slogan come ‘anche i pesci hanno sentimenti’ (uno degli slogan del gruppo di animalisti PETA). Se si accetta l’assunto che i pesci hanno consapevolezza (in senso umano) del dolore e se si pone tra gli obiettivi chiave l’evitare la sofferenza, allora la pesca ricreativa può essere percepita come ‘crudele’ e diventa moralmente inaccettabile  se si aggiunge un’altra prospettiva di valore etico: non si dovrebbe intenzionalmente giocare con il cibo per ragioni non giustificate.

La società definisce le sue norme morali in dipendenza della zeitgeist contemporanea (cioè dell’insieme delle tendenze culturali predominanti)  che ovviamente, cambia con il tempo. Alcune società industrializzate hanno, sulla base di queste argomentazioni e spinte, definito divieti di attività popolari legate alla pesca ricreativa, come il totale divieto di Catch & Release (Svizzera) , il divieto di utilizzo di esca viva (vertebrata) o il divieto di rilascio volontario di pesci di taglia ammessa alla cattura (Germania).

Ma queste norme sono considerate da coloro che avversano la pesca ricreativa solo una ‘fase intermedia’, l’obiettivo finale è infatti l’abolizione totale della pesca ricreativa (il gruppo europeo animalista PETA ha questo obiettivo finale in agenda).

Tutto ciò fa emergere reazioni difensive da parte di coloro che praticano la pesca ricreativa.  A livello generale si può argomentare che la pesca ricreativa non è strettamente legata alla sopravvivenza fisica (procurarsi il cibo)  ma è legata e produce benefici a livello sociale ed economico, benefici considerati conveniente abbastanza per giustificare tale pratica. In aggiunta la pesca ricreativa produce benefici sociali nella misura in cui chi la pratica è spesso coinvolto nella difesa e nella conservazione degli stock di pesce selvatico.

Ma vediamo di descrivere brevemente le 3 filosofie dominanti:

Animal welfare. L’uso degli animali per scopi umani è accettabile in base di principio. Questa prospettiva suggerisce la necessità di una ‘obbligazione morale’  del prendersi cura  di essi, prevenire atteggiamenti di inutile crudeltà, ridurne la sofferenza ed osservare criticamente l’utilizzo che ne viene fatto.

Questa argomentazione risulta strettamente connessa con ‘il comune buonsenso’ ma occorre prestare attenzione al fatto che la parola ‘animal welfare’ viene molto comunemente collegata con le filosofie dell’animal liberation o dell’animal rights di seguito descritte.

Animal liberation. Il ‘padre’ di tale movimento (1990) è Peter Singer. Si basa su due pilastri fondamentali,  sofferenza e  specismo. Secondo Singer tutti gli esseri che hanno consapevolezza della sofferenza hano diritto allo stesso interesse e considerazione morale. Lo specismo ‘è una attitudine  in favore degli interessi dei membri di una specie contro gli interessi dei membri di altra specie’. Come il razzismo e il sessismo, secondo Singer (Singer 1990, pag 6) lo specismo è da ‘condannare’, quindi le scelte morali non possono essere basate sull’appartenenza ad una specie.

Singer crede che i pesci siano in grado di provare dolore. La sua teoria si inserisce nel filone dell’utilitarismo che focalizza le conseguenze delle azioni. Una azione è giusta quando porta più piacere che dolore, non esiste quindi giusto o sbagliato per definizione, tutto dipende dal rapporto costi benefici inteso come piacere verso dolore.  La pesca ricreativa può quindi essere percepita come buona o cattiva sulla base di chi ne giudica i benefici (piacere per gli esseri umani, dolore per i pesci). Di principio questa teoria lascia una porta aperta per la pesca ricreativa, in pratica essa ispira forti sentimenti anti-angling.

Singer è stato spesso definito come il padre dei ‘diritti degli animali’ ma egli non crede nei diritti che definisce come una ‘conveniente scorciatoia politica nell’era delle notizie da 30 secondi’ (Singer 1990, pag 8). In uso comune, comunque, ‘animal rights’ identifica sia la filosofia dell’animal liberation che quella vera e propria dell’animal rights nonostante abbiano origini differenti.

Animal rights. Il più influente filosofo di questo orientamento è Tom Regan. Nel suo libro del 1983 The case for Animal Rights egli distingue due figure ‘agente morale’ e ‘paziente morale’. E’ agente chi consapevolmente è in grado di prendere decisioni razionali e morali. E’ paziente chi  non possiede le facoltà intellettive per prendere decisioni morali (es. bambini piccoli  e  animali), il paziente può solo stare alla fine di una decisione morale presa da altri. La caratteristica che accomuna agenti e pazienti è il fatto che entrambi sono ‘soggetti- di-una- vita’ (subject-of-a-life) ed in quanto tali hanno diritto a non ricevere danno. Le caratteristiche necessarie per essere considerati ‘soggetti- di-una- vita’ sono la capacità di esprimere stati mentali di alto livello (desideri, percezioni, memoria, affettività...) e sperimentare benessere individuale. In anni recenti tali caratteristiche ‘mentali di alto livello’ sono state attribuite, spesso casualmente, ai pesci da alcuni ricercatori contemporanei che si occupano di biologia del comportamento dei pesci e di neurobiologia dei pesci. Il fatto di dover utilizzare terminologia e concetti esistenti per descrivere le capacità cognitive dei pesci ha provocato una casuale coincidenza tra pesci e ‘soggetti-di-una-vita’.

Come stanno cambiando nel mondo le norme morali collegate all’uso della fauna selvatica e dei pesci?

Negli ultimi 50 anni gli argomenti che hanno a che fare con gli animali hanno trovato una base più ampia perché sono diventati parte integrante dei movimenti ambientalisti e di riforma sociale. Nelle società occidentali a partire inizialmente da Germania, Regno Unito, Svizzera, Norvegia ed Olanda per estendersi poi agli Stati Uniti.

Per investigare scientificamente la questione è stata istituita una classificazione ‘psico-sociale’  basata sul concetto di ‘orientamento sul valore della fauna selvatica’. Una indagine statistica svolta negli Stati Uniti ha evidenziato  due principali orientamenti:

1 – Orientamento utilitaristico

la fauna selvatica dovrebbe essere usata e gestita principalmente per beneficio umano

2 – Orientamento mutualistico

la fauna selvatica è capace di relazioni con gli esseri umani come parte di una famiglia estesa e come tale ha diritti e necessità di cura

Gli orientamenti ‘mutualistici’ tendono  ad enfatizzare maggiormente la necessità di comportamenti protezionistici  della fauna selvatica e a non supportare azioni e pratiche che possano avere come risultato la morte o il danno di pesci o di altra fauna selvatica. Allo stesso tempo tendono a vedere pesci e fauna selvatica in una prospettiva umana (antropomorfizzazione) attribuendo loro caratteristiche e personalità umane.  Al contrario l’orientamento utilitaristico ritiene accettabili le azioni che hanno come effetto un possibile danno o la morte della fauna selvatica e dei pesci e accettano quindi la pesca e la caccia come attività. L’orientamento mutualistico inizia ad essere dominante nelle società moderne ed è collegato ad un aumento di produttività che rende meno necessaria la soddisfazione di bisogni legati alla sussistenza,  inoltre è collegato alla tendenza umana di antropomorfizzare la fauna selvatica e vederla come una sorgente di ‘compagnia’ e parte di un gruppo sociale. In aggiunta l’urbanizzazione ha creato un contesto in cui  le persone interagiscono sempre meno con la fauna selvatica con un conseguente incremento nella alienazione di gran parte della società da un diretto contatto con la natura e gli animali. Si impara a conoscerli non per esperienza diretta ma attraverso  sistemi di comunicazione di massa (giornali, televisione...) e questo, in aggiunta ad un grande sviluppo di videogames sul tema, ha portato ad una perdita di interesse nella interazione diretta con la natura e la fauna selvatica.

Studi svolti negli Stati Uniti collegano in modo direttamente proporzionale gli orientamenti mutualistici al numero di persone residenti in aree urbanizzate.

La tendenza all’antropomorfizzazione è strettamente connessa con la percezione di similitudini tra esseri umani ed animali. Più l’uomo percepisce una somiglianza tra sé e gli animali più tende ad attribuire a questi ultimi capacità cognitive o la capacità di provare dolore in maniera umana, e meno si sente a proprio agio nel considerare gli animali come cibo per se stesso e per la propria specie.

Conclusioni

Con l’insorgere sempre maggiore di orientamenti mutualistici nelle società post industriali c’è la possibilità che posizioni estremiste influenzate dalle argomentazioni di  Animal liberation o Animal rights possano trovare una strada di sviluppo in organizzazioni non governative,  scienza, politica ed infine legislazione. Tutto ciò è particolarmente rischioso per la pesca ricreativa che gode di scarso supporto politico. Senza sufficiente supporto espressioni radicali che dipingono i pescatori ricreativi come ‘sadici crudeli che giocano con il cibo senza alcuna buona ragione’ possono essere retoricamente effettive. E’ necessario un intervento per controbilanciare questa tendenza in quelle società in cui il pubblico ha perso il contatto con la fauna selvatica e la natura. Le principali strategie per affrontare la questione possono essere:

1 – sviluppare un elenco di punti di vista potenzialmente conflittuali e cercare di comprenderne le ragioni

2 – rinforzare il supporto politico e l’attività di lobby

3 – sviluppare pratiche che possano conciliare con le idee contemporanee di fish welfare (ad es. provocare una morte rapida al pesce piuttosto che lasciarlo morire per asfissia)

4 – ricordare continuamente al pubblico e ai politici i benefici che la pesca ricreativa offre

Senza questo un futuro divieto della pesca ricreativa non è un evento così irraggiungibile come può sembrare in un primo momento. Le legislazioni di Svizzera e Germania contengono già i prerequisiti per un divieto definitivo della pesca ricreativa, nella misura in cui si richiede una motivazione ragionevole per pescare in modo ricreativo. Una di queste ragioni in Germania è il diritto al consumo personale e gli anglers portano con sé questa intenzione prima di recarsi a pesca. La Svizzera ha vietato totalmente il Catch&Release nel 2008.

Il futuro della pesca ricreativa è soggetto a cambiamenti, così come  stanno cambiando l’interesse del pubblico e il supporto per questa attività.  Occorre intervenire per orientare tali cambiamenti.

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